“Il Ticino irredentista”

L’Adula e gli irredentisti ticinesi

Teresina Bontempi, ticinese, fu la direttrice del giornale L’Adula, insegnante e giornalista, al centro di continue polemiche in Ticino e nella Svizzera tutta, in particolare fra il 1912 e il 1936. L’attività della Bontempi era tesa a strumentalizzare la posizione geografica del Canton Ticino, dipingendolo come povero e arretrato e addossando la colpa del “sottosviluppo” al governo federale. In realtà la situazione economica del Cantone, che pure non era tra le più felici, era migliore di quella della vicina Lombardia, dalla quale provenivano infatti numerosi immigrati[8].

Mappa delle regioni considerate italiane dagli irredentisti

Assieme a un’amica, Rosetta Colombi, la Bontempi fondò la rivista L’Adula, prendendo il nome della cima che divide il Ticino dalla Svizzera germanofona. La pubblicazione, stampata a Bellinzona, denunciava soprattutto la presunta germanizzazione alla quale andava soggetto il Canton Ticino[9].

La popolazione svizzero-tedesca nel Canton Ticino con diritto di voto crebbe dallo 0,26% del 1837 al 5,34 del 1920. Per contro gli immigrati italiani, che non avevano diritto di voto, crebbero in queste proporzioni:

  • 1850: 6,6%
  • 1920: 21,3%[10]

Inoltre dalla fine dell’Ottocento era iniziata un’ondata migratoria italiana diretta soprattutto verso la Svizzera tedesca: 10.000 italiani nel 1860, 202.809 nel 1910[11].

Successivamente i toni de L’Adula si spostarono verso simpatie irredentiste e, infine, filo-fasciste. Al giornale collaborarono noti esponenti della cultura, non solo ticinese, ma anche del Regno d’ItaliaGiuseppe Prezzolini che nel 1912 aprì sulla Voce un dibattito sull’italianità del Ticino e nel 1913 riservò un numero della rivista al tema con la partecipazione fra gli altri di Francesco Chiesa, Giovanni PapiniGiani Stuparich e Scipio Slataper.

Le autorità elvetiche cominciarono a limitare le attività di Teresina Bontempi, prima sospendendo più volte il giornale che stava ottenendo successo specialmente tra gli Italo-svizzeri, quindi allontanandola dall’insegnamento. Nel 1935 fu condannata con l’accusa di irredentismo ad alcuni mesi di prigione, che scontò nel penitenziario di Lugano, e dovette chiedere asilo politico in Italia nel 1936.

Dopo avere promosso la fondazione della Scuola ticinese di coltura italiana e della sezione ticinese della Dante Alighieri, Giuseppe Prezzolini riavviò nella sua la Voce un dibattito a favore della creazione di una Università italiana nel Ticino (cosa che avvenne successivamente solo nel 1996 con la fondazione della Università della Svizzera italiana) per contrastare la presunta “tedeschizzazione” voluta da Berna.[12]

Negli anni trenta furono numerose le adesioni ai “Fasci” della Svizzera da parte di italiani immigrati in Svizzera, ma dopo il 1940 allorché Mussolini studiò piani di invasione della Svizzera queste organizzazioni politiche furono proibite.[13]

«L’Italia, con la dichiarazione di guerra alla Francia e alla Gran Bretagna, elaborò, il 10 giugno 1940, il Piano Vercellino, stilato sulle direttive del generale Roatta, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito: si prevedeva l’attacco alla Svizzera di cinque divisioni nelle direttrici dei passi alpini nel saliente ticinese, presumendo tra l’altro una resistenza puramente formale del governo e dell’esercito elvetico. Due mesi dopo, il 12 agosto, dopo l’attacco del Regno alla Francia, fu elaborato un nuovo piano, il Piano Tannenbaum, d’invasione simultanea da nord (Germania) e da sud che prevedeva una soluzione radicale (spartizione della Svizzera alla Catena Mediana, patrocinata da Aurelio Garobbio) e una minima (una salita italiana fino allo spartiacque alpino – in conformità con le correnti irredentiste più moderate -, il mantenimento della Svizzera alla quale sarebbe andata l’alta Savoia e alla quale, però, sarebbero state levate alcune enclaves a favore della Germania e della Francia).[14]»

Il fascista ticinese Aurelio Garobbio fu promotore dell’organizzazione Giovani Ticinesi. Egli fu in diretto contatto con Gabriele D’Annunzio (nel periodo in cui era Rettore del Carnaro, dopo la prima guerra mondiale), e ipotizzò il tentativo di emularlo a Lugano[15].

Secondo Orazio Martinetti, Aurelio Garobbio, ticinese di nascita ma milanese di adozione, fu il vero riferimento dell’irredentismo italiano in Svizzera dopo il 1935. Fu il regista di tutta la propaganda anticonfederale da metà anni trenta alla fine del conflitto e fu in continua fuga dalle SS, che tentarono di deportarlo per via della sua visione antitedesca: grande studioso di geopolitica, strategia, cultura e letteratura, fu il ‘trait d’union’ tra i circoli irredentisti svizzeri, maltesi e corsi. Fu confidente personale di Mussolini sino a pochi giorni dai fatti di Giulino di Mezzegra, quando fu ucciso, tanto da elaborare di persona con lui le ultimissime strategie di difesa (nei primi mesi del 1945, in Valtellina: chiuderla dal Fuentes verso nord, aprirsi un varco allo Stelvio, ridare vigore alle postazioni di Oga (in funzione anti-Alleati); si pensi che lì dietro, oltre le “Termopili italiane”, c’era la Svizzera, la cui neutralità tanto criticata risultò fondamentale per questo piano di estrema difesa dei fascisti, che però non ebbe mai luogo.[16](Fonte: Wikipedia)

Ticino

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