La strage di Vergarolla, conosciuta anche come strage di Vergarola (in croato Eksplozija na Vergaroli), fu causata dall’esplosione di materiale bellico[1], avvenuta il 18 agosto 1946 sulla spiaggia di Vergarolla a Pola. L’esplosione provocò la morte accertata di 65 persone.
In quel periodo l’Istria era rivendicata dalla Jugoslavia di Tito, che l’aveva occupata fin dal maggio 1945. Pola invece era amministrata a nome e per conto degli Alleati dalle truppe britanniche, ed era quindi l’unica parte dell’Istria al di fuori del controllo jugoslavo.
Le responsabilità dell’esplosione, la dinamica e perfino il numero delle vittime sono tuttora fonte di accesi dibattiti. L’inchiesta delle autorità inglesi stabilì che “gli ordigni furono deliberatamente fatti esplodere da persona o persone sconosciute“.

Mappa di Pola. La spiaggia di Vergarolla è indicata dalla freccia
Inquadramento storico

I confini orientali italiani dal 1937 ad oggi. Si noti in rosso la Linea Morgan, che divise la regione in Zona A e Zona B in attesa delle decisioni delle trattative di pace

Pola e il suo circondario nel 1946: la città è all’interno della Zona A della Linea Morgan[2]
Negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale i territori a cavallo dell’allora confine orientale italiano furono al centro di una disputa ad un tempo stesso nazionale e politica, ultimo atto di un secolare conflitto fra italiani e slavi[3].
Il 13 settembre 1943 il Comitato Popolare di Liberazione (CPL) dell’Istria – formalmente composto da croati e italiani della regione, ma dominato completamente dai primi – proclamò a Pisino l’annessione della regione alla Croazia; il 25 settembre il proclama venne ribadito a Otočak dallo ZAVNOH (Zemaljsko antifašističko vijeće narodnog oslobođenja Hrvatske – Consiglio territoriale antifascista di liberazione nazionale della Croazia). Il 30 novembre entrambi i proclami vennero fatti propri a Jajce dall’AVNOJ (Antifašističko vijeće narodnog oslobođenja Jugoslavije – Consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia). Parallelamente, ad Aidussina un’assemblea popolare slovena proclamò l’annessione del Litorale sloveno (intendendo con questo termine in linea generale una parte dell’antico Litorale austriaco, comprendente Gorizia, la costa fino a Grado, Trieste e l’Istria nord-occidentale)[4].
Al termine delle ostilità, i territori in questione furono l’oggetto di una delle maggiori contese politico/diplomatiche del dopoguerra. Inizialmente occupati quasi per interno dall’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, il 9 giugno 1945 vennero divisi in due zone – A e B – separate da un confine chiamato Linea Morgan. All’interno della zona A l’amministrazione militare sarebbe dipesa dalle forze angloamericane, mentre le forze armate jugoslave avrebbero amministrato militarmente la zona B[5].
La città di Pola venne inclusa nella zona A, divenendo una sorta di enclave circondata dal territorio della zona B. Al tempo era la maggiore città istriana a maggioranza italiana, in larga parte contraria all’annessione alla Jugoslavia.
Questo stato delle cose – secondo gli accordi fra gli angloamericani e gli jugoslavi – sarebbe stato modificato in seguito alle trattative di pace.
Ciò creò di fatto una situazione del tutto particolare, essendo garantita a Pola – a differenza del resto dell’Istria – la libertà di espressione dei propri sentimenti nazionali, la pubblicazione di stampa non controllata dal Partito Comunista Jugoslavo e perfino una certa libertà di organizzazione di manifestazioni politiche pubbliche, sempre sotto il controllo delle forze militari angloamericane.
Il fatto

La sede della “Pietas Julia”

Il dottor Geppino Micheletti
Il 18 agosto 1946, sulla spiaggia di Vergarolla (Pola), si sarebbero dovute tenere le tradizionali gare natatorie per la Coppa Scarioni, organizzate dalla società dei canottieri “Pietas Julia“[6]. La manifestazione aveva l’intento dichiarato di mantenere una parvenza di connessione col resto dell’Italia, e il quotidiano cittadino “L’Arena di Pola“[7] reclamizzò l’evento come una sorta di manifestazione di italianità[8].
La spiaggia era gremita di bagnanti, tra i quali molti bambini. Ai bordi dell’arenile erano state accatastate – secondo la versione più accreditata – ventotto mine antisbarco[9] – per un totale di circa nove tonnellate di esplosivo – ritenute inerti in seguito all’asportazione dei detonatori[10]. I documenti delle indagini della Corte Militare di Inchiesta, conservati negli archivi di Londra, e recentemente utilizzati per la prima volta nel volume dello storico Gaetano Dato dedicato alla strage, parlano invece di 15-20 bombe antisommergibile tedesche, accompagnate da tre testate di siluro, quattro cariche di tritolo e cinque fumogeni.[11] Alle 14,15 l’esplosione di questi ordigni uccise diverse decine di persone. Alcune rimasero schiacciate dal crollo dell’edificio della “Pietas Julia”. Secondo le rilevazioni di Dato, basate sui documenti della polizia alleata, della corte militare di inchiesta, dei cimiteri di Pola e dell’anagrafe di Pola, i morti identificati furono 65, i resti ritrovati corrispondevano a 109 o 110 o 116 diversi cadaveri, e 211 furono i feriti. Quasi un terzo erano bambini o avevano meno di 18 anni. Sembrano inoltre accreditati cinque anonimi dispersi.[12]
Il boato si udì in tutta la città e da chilometri di distanza si vide un’enorme nuvola di fumo. I soccorsi furono complessi e caotici, anche per il fatto che alcune persone furono letteralmente “polverizzate”[13]. Questa è una delle cause per cui non si riuscì a definire l’esatto numero delle vittime, tuttora controverso.
L’ospedale cittadino “Santorio Santorio” divenne il luogo principale della raccolta dei feriti: nell’opera di assistenza medica si distinse in particolar modo il dottor Geppino Micheletti, che nonostante avesse perso nell’esplosione i figli Carlo e Renzo, di 9 e 6 anni, oltre al fratello e alla cognata, per più di 24 ore consecutive non lasciò il suo posto di lavoro. (Fonte: Wikipedia)

