“La libertà da Sesana”

Danilo Dolci (Sesana28 giugno 1924 – Trappeto30 dicembre 1997) è stato un sociologopoetaeducatore e attivista della nonviolenza italiano.

Premio

Danilo Dolci a Ginevra, nel 1992


 Premio Lenin per la pace 1957

Fu soprannominato Gandhi della Sicilia o Gandhi italiano (quest’ultimo soprannome condiviso con altre personalità, come Aldo Capitini e Franco Corbelli).

Biografia

Anni giovanili

Dolci nella prima metà degli anni cinquanta

Nasce il 28 giugno 1924 a Sesana (all’epoca in provincia di Trieste, oggi territorio sloveno). La madre, Meli Kontelj, è una donna slovena molto religiosa, mentre il padre, Enrico Dolci, è un ferroviere originario di Rovato (BS), agnostico, il cui lavoro determina per la famiglia continui cambi di residenza.[1]

Danilo compie i primi studi in Lombardia, conseguendo nel 1943 il diploma presso un Istituto tecnico per geometri e nello stesso anno la maturità artistica a Brera[2]. Lo attrae la musica classica, soprattutto Johann Sebastian Bach. Legge autori moralmente impegnati come TolstojRussellVoltaireSeneca.[3]

Durante gli anni del fascismo sviluppa presto una decisa avversione alla dittatura. Nel tortonese – dove risiede con la famiglia negli anni dopo la guerra – viene visto strappare manifesti propagandistici del regime. Nel 1943 rifiuta la divisa della Repubblica Sociale Italiana e tenta di attraversare la linea del fronte, ma viene arrestato a Genova dai nazifascisti. Riesce a fuggire e ripara presso una casa di pastori in un piccolo borgo dell’Appennino abruzzese.[4]

Terminata la guerra, studia Architettura alla Facoltà della Sapienza di Roma, dove segue anche le lezioni di Ernesto Buonaiuti. Torna poi a Milano, dove conosce Bruno Zevi. Insegna presso una scuola serale di Sesto San Giovanni e, tra gli operai che siedono dietro i banchi, conosce Franco Alasia, che diventerà tra i suoi più stretti collaboratori. Prosegue gli studi di Architettura al Politecnico di Milano, ma nel 1950, poco prima di discutere la tesi, decide di lasciare tutto per aderire all’esperienza di Nomadelfia – comunità animata da don Zeno Saltini – a Fossoli (frazione di Carpi).[5]

Dopo che una sua lunga lirica, dal titolo Parole nel giorno, è raccolta nell’antologia Nuovi poeti[6], negli anni ’50 comincia a essere conosciuto come poeta.

Il trasferimento in Sicilia e le lotte nonviolente

Sciopero della fame di Danilo Dolci nell’ottobre 1952

Nel 1952 sceglie di trasferirsi nella Sicilia occidentale (TrappetoPartinico) dove promuove lotte nonviolente contro la mafia, la disoccupazione, l’analfabetismo e la fame endemica sospinti dall’assenza dello stato e dalle disparità sociali, per l’affermazione dei diritti umani e civili fondamentali: siffatto impegno sociale gli varrà il soprannome – rivolto in quegli anni anche ad Aldo Capitini – di “Gandhi italiano“.[7]

Nella sua attività di animazione sociale e di lotta politica, Danilo Dolci ha sempre impiegato con coerenza e coraggio gli strumenti della nonviolenza.

Il 14 ottobre del 1952, a Trappeto, Dolci dà inizio alla prima delle sue numerose proteste nonviolente, il digiuno sul letto di Benedetto Barretta, un bambino morto per la denutrizione. Se anche Dolci fosse morto di fame, lo avrebbero sostituito, in accordo con lui, altre persone, fino a quando le istituzioni italiane non si fossero interessate alla povertà della zona. La protesta, dopo aver attirato l’attenzione della stampa, viene interrotta quando le autorità si impegnano pubblicamente a eseguire alcuni interventi urgenti, come la costruzione di un impianto fognario. In questa occasione si stabilisce un dialogo intenso e duraturo fra Dolci e il filosofo nonviolento Aldo Capitini.[8]

Nel 1953 Dolci sposa Vincenzina, la vedova di un contadino marinaio di Trappeto, deceduto per una malattia, che aveva cinque figli: Turi, Matteo, Pino, Giacomo e Luciano. Con lei avrà altri cinque figli tra maschi e femmine: Libera, Cielo (in omaggio a Cielo d’Alcamo[9]), Amico (musicista e continuatore dell’opera del padre[9]), Chiara e Daniela.[10]

Nel gennaio del 1956, a San Cataldo, oltre mille persone danno vita ad uno sciopero della fame collettivo per protestare contro la pesca di frodo, tollerata dallo Stato, che priva i pescatori dei mezzi di sussistenza. Ma la manifestazione è presto sciolta dalle autorità, con la motivazione che «un digiuno pubblico è illegale».[11]

L’arresto di Dolci nel febbraio del 1956

Il 30 gennaio 1956 ha luogo, a Partinico, un paese tra Palermo e Trapani, lo sciopero alla rovescia. Alla base c’è l’idea che, se un operaio, per protestare, si astiene dal lavoro, un disoccupato può scioperare invece lavorando. Così centinaia di disoccupati si organizzano per riattivare pacificamente una strada comunale abbandonata; ma i lavori vengono fermati dalla polizia e Dolci, con alcuni suoi collaboratori, viene arrestato per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, istigazione a disobbedire alle leggi e invasione di terreni. L’episodio suscita indignazione nel Paese e provoca numerose interrogazioni parlamentari. Il processo ha enorme risalto sulla stampa, e tra i suoi avvocati difensori c’è il grande giurista Piero Calamandrei[12], che scrive:

«[Il Pubblico Ministero] ha detto che i giudici non devono tenere conto delle “correnti di pensiero”. Ma cosa sono le leggi se non esse stesse delle correnti di pensiero? Se non fossero questo non sarebbero che carta morta. […] E invece le leggi sono vive perché dentro queste formule bisogna far circolare il pensiero del nostro tempo, lasciarci entrare l’aria che respiriamo, metterci dentro i nostri propositi, le nostre speranze, il nostro sangue, il nostro pianto. Altrimenti, le leggi non restano che formule vuote, pregevoli giochi da legulei; affinché diventino sante esse vanno riempite con la nostra volontà.[13]»(Piero Calamandrei, dall’arringa tenuta il 30 marzo 1956 davanti al tribunale penale di Palermo)

Nel processo sfilarono come testimoni della difesa personaggi come Carlo Levi e Elio Vittorini; a suo favore si schierarono tra gli altri: Giorgio La PiraGuido PioveneRenato GuttusoBruno ZeviBertrand RussellAlberto MoraviaNorberto BobbioCesare ZavattiniIgnazio SiloneEnzo SellerioAldo CapitiniPaolo Sylos LabiniEric FrommJean-Paul SartreAldous HuxleyJean Piaget. Nella sua arringa, Calamandrei disse anche: «Anche oggi l’Italia vive uno di questi periodi di trapasso, nei quali la funzione dei giudici, meglio che quella di difendere una legalità decrepita, è quella di creare gradualmente la nuova legalità promessa dalla Costituzione», e aggiunse «Vorrei, signori Giudici, che voi sentiste con quale ansia migliaia di persone in tutta Italia attendono che voi decidiate con giustizia, che vuol dire anche con indipendenza e con coraggio questa causa eccezionale: e che la vostra sia una sentenza che apra il cuore della speranza, non una sentenza che ribadisca la disperazione». Alla fine, Dolci fu condannato a 50 giorni di carcere[14]. In questo periodo molti giovani volontari decidono di sostenere l’attività di Dolci a Partinico e a Palermo, dove nel frattempo ha avviato diverse iniziative nei quartieri più poveri (Cortile Scalilla, al Capo e cortile Cascino, a Danisinni). Fra di loro anche Lorenzo Barbera, che diventerà uno dei suoi più stretti collaboratori, Alberto L’Abate e Goffredo Fofi. (Fonte Wikipedia)

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